Si tratta, questa volta, della Donna che ha veduta nella città, e cui ha parlato e che mi parla.Ero in una camera, senza lume. Mi si venne a dire ch’ella era in casa mia: e io la vidi nel mio letto, tutta mia, senza lume. Fui molto commosso, tanto più perché era la casa familiare: così un’angoscia mi prese. Ero cencioso, io, ed ella, una mondana che si dava: bisognava che se ne andasse! Un’angoscia senza nome: la presi e la lasciai cadere fuor dal letto, quasi nuda; e, nella mai indicibile debolezza, le caddi sopra, e con lei mi trascinai sui tappeti, senza lume! La lampada familiare arrossava, una dopo l’altra, le camere vicine. Allora, la donna sparì. Io versai più lacrime di quante Dio abbia potuto mai chiedere.

Escii nella città senza fine. Oh, stanchezza! Annegato nella notte sorda e nella fuga della felicità. Era come una notte d’inverno, con una neve per soffocare decisamente il mondo. Falsamente rispondevano gli amici, cui gridavo: «Dov’è?». Fui davanti le vetrate di là dalle quali tutte le sere ella va: correvo in un giardino sepolto. Mi hanno respinto. Per tutto questo piangevo enormemente. Da ultimo, sono disceso in un luogo pieno di polvere e, seduto su travi, con quella notte ho lasciato finire tutte le lacrime del mio corpo. – E il mio esaurimento tuttavia mi tornava sempre.

Ho compreso ch’Ella apparteneva alla sua vita di tutti i giorni; e che l’attimo di bontà più lungo sarebbe a riprodursi che una stella. Non è tornata, e non ritornerà mai più, l’adorabile che si era recata nella mia casa: cosa questa che mai avrei presunta, Davvero, quella volta ho pianto più di tutti i fanciulli del mondo.
II

E’ certo, la stessa campagna. La stessa casa rustica dei miei genitori: la medesima sala, nella quali i sopraporti sono pastorellerie bruciacchiate, con armi e leoni. Per il pranzo, v’è un salotto con candele, vini e intarsii antichi. La tavola da pranzo e grandissima. Le serve! Erano parecchie, tanto che me ne sono ricordato. – C’era là uno dei miei giovani amici d’un tempo, prete e vestito da prete; adesso: era per essere più libero. Mi ricordo la sua camera di porpora, coi vetri di carta gialla: e i suoi libri, nascosti, che erano stati

bagnati nell’Occano. Io ero abbandonato, in quella casa di campagna sterminata: leggendo nella cucina, asciugando il fango dei miei abiti davanti agli ospiti, tra le conversazioni del salotto: commosso fino alla morte dal murmure

del latte del mattino e della notte del secolo scorso. Ero in una camera oscurissima: che facevo? Una domestica mi venne vicino: posso dire ch’era un cagnolino: benché fosse bella e d’una nobiltà materna per me inesprimibile: pura, conosciuta, tutta grazia! Ella mi pizzicò il braccio.

Non ricordo bene né meno piú il suo volto: non è per rammentarmi il suo braccio, di cui ho stretto la pelle tra le mie dita; né la sua bocca, che la mia colse come una piccola onda disperata, consumante senza fine qualche cosa. La rovesciai in una cesta di cuscini e di vele, in un angolo buio. Non mi rammento che le sue mutandine con i pizzi bianchi.

Poi, o disperazione, la parete diventò vagamente l’ombra degli alberi, ed io mi sono inabissato sotto la tristezza amorosa della notte.